Parafrasi e Analisi: "Canto VI" - Inferno - Divina Commedia - Dante Alighieri


Immagine Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Temi Principali
8) Analisi ed Interpretazioni
9) Passi Controversi

Scheda dell'Opera



Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.


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Introduzione



Il Canto VI è il canto in cui la Commedia smette per un momento di parlare di anime e comincia a parlare di politica. Dante si risveglia dallo svenimento con cui si era chiuso il Canto V — quello di Paolo e Francesca — e si ritrova nel terzo cerchio, dove si punisce la gola. Ma della gola, in questo canto, si parla pochissimo: appena tre versi. Tutto il resto è una conversazione su Firenze.

Il canto è costruito su quattro momenti:

Il risveglio e la pioggia (vv. 1-12): Dante riapre gli occhi in un luogo dove cade senza mai fermarsi una pioggia "etterna, maladetta, fredda e greve", mista a grandine e neve, che imputridisce il terreno.
Cerbero (vv. 13-33): il guardiano del cerchio è un mostro a tre teste che latra e lacera le anime. Virgilio lo zittisce nel modo più basso possibile: gli getta due manciate di terra in gola.
Ciacco e la profezia (vv. 34-90): un dannato si alza a sedere e riconosce Dante. È un fiorentino, e gli annuncia in anticipo le lotte che spaccheranno la città.
La discussione sul giudizio universale (vv. 91-115): mentre camminano, Dante chiede a Virgilio se dopo il giudizio finale le pene aumenteranno o diminuiranno.

Vale la pena tenere a mente una cosa mentre si legge: quando Dante scrive questo canto è già in esilio da anni, cacciato proprio da quella Firenze di cui Ciacco parla al futuro. La profezia è una previsione solo per il Dante personaggio, che nel 1300 non sa ancora niente; per il Dante autore, e per chi legge, è storia già accaduta. È un espediente che ritorna in tutto il poema, e qui compare per la prima volta in forma esplicita.



Testo e Parafrasi



TestoParafrasi
Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
Quando riprendo conoscenza — la mente mi si era chiusa
davanti alla pietà per i due cognati,
e quella tristezza mi aveva stordito del tutto —
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come che io guati.
mi vedo intorno tormenti nuovi e nuovi dannati,
in qualunque direzione mi muova,
mi giri o guardi.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l'è nova.
Sono nel terzo cerchio, quello della pioggia
eterna, maledetta, fredda e pesante:
non cambia mai né di ritmo né di natura.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
Grandine grossa, acqua sporca e neve
vengono giù attraverso l'aria buia;
e la terra che le riceve manda fetore.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Cerbero, belva crudele e mostruosa,
latra come un cane con tre gole
sopra i dannati che stanno sommersi qui.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
Ha gli occhi rossi, la barba unta e nera,
il ventre gonfio e le mani artigliate:
graffia i dannati, li scortica e li squarta.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
La pioggia li fa urlare come cani;
si girano di continuo, facendo scudo con un fianco
per riparare l'altro: miseri, e senza Dio.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
Quando Cerbero — il grande verme — ci vede,
spalanca le bocche e ci mostra le zanne:
non c'era parte del suo corpo che stesse ferma.
E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Allora la mia guida allargò le mani,
raccolse la terra e a pugni pieni
gliela buttò dentro quelle gole voraci.
Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
Come fa il cane che abbaia perché ha fame
e si calma appena addenta il cibo,
perché da quel momento pensa solo a divorarlo:
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
così fecero quelle facce sudicie
del demonio Cerbero, che rintrona
le anime al punto che vorrebbero essere sorde.
Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
Noi camminavamo sopra le ombre che la pioggia
pesante schiaccia a terra, e posavamo i piedi
sulla loro consistenza vuota, che però sembra un corpo.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
ch'ella ci vide passarsi davante.
Erano tutte distese per terra,
tranne una che si tirò su a sedere di scatto
appena ci vide passare davanti.
"O tu che se' per questo 'nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto".
"O tu che vieni condotto attraverso questo inferno",
mi disse, "riconoscimi, se ci riesci:
tu sei nato prima che io morissi".
E io a lui: "L'angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch'i' ti vedessi mai.
E io a lui: "Forse è l'angoscia che provi
a cancellarti dalla mia memoria,
perché non mi pare di averti mai visto.
Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente
loco se' messo, e hai sì fatta pena,
che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ma dimmi chi sei tu, che ti trovi
in un luogo così doloroso e hai una pena tale
che, se ce n'è una peggiore, nessuna è più ripugnante".
Ed elli a me: "La tua città, ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
E lui a me: "La tua città, così piena
d'invidia che ormai il sacco trabocca,
mi ha avuto fra i suoi mentre ero vivo.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
Voi concittadini mi chiamavate Ciacco:
per il peccato rovinoso della gola,
come vedi, sto qui a farmi fiaccare dalla pioggia.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa". E più non fé parola.
E non sono l'unica anima infelice:
tutte queste stanno alla stessa pena
per la stessa colpa". E non disse altro.
Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
Io gli risposi: "Ciacco, la tua sofferenza
mi pesa tanto che mi viene da piangere;
ma dimmi, se lo sai, dove andranno a finire
li cittadin de la città partita;
s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta discordia assalita".
i cittadini della città divisa;
se c'è qualcuno giusto; e dimmi il motivo
per cui tanta discordia l'ha assalita".
E quelli a me: "Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l'altra con molta offensione.
E lui a me: "Dopo un lungo scontro
si arriverà al sangue, e la parte 'selvaggia'
caccerà l'altra con grande violenza.
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.
Poi però toccherà a questa cadere
entro tre anni, e all'altra risalire
con l'aiuto di chi adesso sta a guardare senza schierarsi.
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n'aonti.
Terrà la testa alta a lungo,
tenendo l'altra sotto pesi durissimi,
per quanto quella se ne lamenti o se ne vergogni.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi".
Ci sono due giusti, ma nessuno li ascolta;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre scintille che hanno incendiato i cuori".
Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: "Ancor vo' che mi 'nsegni
e che di più parlar mi facci dono.
Qui mise fine al suo discorso lamentoso.
E io a lui: "Voglio che mi spieghi ancora
e che mi faccia il dono di parlarmi ancora un po'.
Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
Farinata e il Tegghiaio, che furono tanto stimati,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca
e gli altri che si impegnarono a fare il bene:
dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia o lo 'nferno li attosca".
dimmi dove sono e fammeli conoscere,
perché ho un gran desiderio di sapere
se il cielo li consola o l'inferno li avvelena".
E quelli: "Ei son tra l'anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.
E lui: "Stanno fra le anime più nere;
colpe diverse li spingono giù verso il fondo:
se scendi abbastanza, li potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo".
Ma quando sarai tornato nel mondo dei vivi,
ti prego di ricordarmi agli altri:
non ti dico altro e non ti rispondo più".
Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
Allora storse gli occhi, che erano dritti, e li fece torvi;
mi guardò un momento, poi abbassò la testa
e cadde giù con essa, come gli altri accecati.
E 'l duca disse a me: "Più non si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:
E la mia guida mi disse: "Non si sveglierà più
fino al suono della tromba dell'angelo,
quando verrà il giudice che i dannati temono:
ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch'in etterno rimbomba".
ciascuno rivedrà la propria tomba dolorosa,
riprenderà il proprio corpo e il proprio aspetto,
e udirà la sentenza che risuona per l'eternità".
Sì trapassammo per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
Così attraversammo quella mescolanza sudicia
di ombre e di pioggia, camminando lentamente
e parlando un poco della vita futura;
per ch'io dissi: "Maestro, esti tormenti
crescerann'ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?".
perciò io dissi: "Maestro, questi tormenti
cresceranno dopo il giudizio universale,
o saranno minori, o resteranno così brucianti?".
Ed elli a me: "Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.
E lui a me: "Torna a quello che hai studiato:
dice che quanto più una cosa è perfetta,
tanto più sente il bene, e così pure il dolore.
Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta".
Anche se questa gente maledetta
non arriverà mai alla vera perfezione,
dopo il giudizio si aspetta di essere più completa di adesso".
Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:
Percorremmo in cerchio quella strada,
parlando molto più di quanto io non riferisca;
arrivammo al punto in cui si scende:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
e lì trovammo Pluto, il grande nemico.



Riassunto



Versi 1-12
Dante riprende conoscenza dopo lo svenimento del canto precedente e si accorge di essere già altrove: non ha visto come è arrivato nel terzo cerchio, ed è la seconda volta che il poema "salta" un passaggio grazie a un mancamento. Intorno a lui cade una pioggia che non smette mai, sempre uguale a se stessa, fatta di acqua sporca, grandine e neve. Il terreno che la riceve manda cattivo odore.

Versi 13-33
Il guardiano del cerchio è Cerbero, il cane a tre teste della mitologia greca, che qui ha tratti in parte umani: occhi rossi, barba, ventre gonfio, mani con gli artigli. Latra sui dannati e li lacera. Quando vede i due poeti si avventa, e Virgilio lo blocca con un gesto quasi comico: raccoglie due manciate di terra e gliele butta nelle gole. Il mostro si calma di colpo, come un cane che smette di abbaiare appena gli si dà da mangiare.

Versi 34-63
I dannati giacciono a terra sotto la pioggia, e Dante e Virgilio ci camminano sopra. Uno solo si tira su a sedere e riconosce Dante. Dante non lo riconosce, e lui si presenta: "Voi cittadini mi chiamaste Ciacco". È un fiorentino, dannato per gola insieme a tutti quelli che gli stanno intorno.

Versi 64-90
Dante gli fa tre domande politiche: dove andrà a finire Firenze, se c'è ancora qualcuno giusto in città, e da dove viene tanta discordia. Ciacco risponde punto per punto: ci sarà uno scontro armato, la "parte selvaggia" caccerà l'altra, poi entro tre anni la situazione si rovescerà con l'aiuto di chi adesso finge di non schierarsi. I giusti sono due e nessuno li ascolta. Le cause sono superbia, invidia e avarizia. Dante allora chiede notizie di cinque fiorentini illustri, e Ciacco risponde che sono tutti all'inferno, più in basso. Poi chiede a Dante di ricordarlo ai vivi, riabbassa la testa e ricade a terra.

Versi 91-115
Virgilio spiega che Ciacco non si rialzerà più fino al giudizio universale, quando ogni dannato riprenderà il proprio corpo. Dante ne approfitta per chiedere se dopo il giudizio le pene saranno più forti o più deboli. Virgilio risponde con un ragionamento filosofico: più una creatura è completa, più sente intensamente — sia il bene sia il dolore. Poiché dopo il giudizio anche i dannati riavranno il corpo, e saranno quindi più "completi" di adesso, la loro pena sarà più forte. Poi i due arrivano al punto in cui si scende al cerchio successivo, dove li aspetta Pluto.


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Figure Retoriche



vv. 4-5. «novi tormenti e novi tormentati»: Poliptoto (la stessa radice ripresa in forme diverse) unito all'anafora di "novi". Il verso imita con il suono il senso: tutto è nuovo, e tutto è uguale.
vv. 7-8. «la piova / etterna, maladetta, fredda e greve»: Accumulazione di aggettivi. Quattro qualifiche di fila, senza respiro, come la pioggia che descrivono.
v. 12. «pute la terra»: Al senso della vista e dell'udito si aggiunge l'olfatto, raro in Dante e qui volutamente sgradevole.
v. 14. «caninamente latra»: Avverbio derivato da nome di animale, formazione rara ed espressiva.
v. 22. «il gran vermo»: Perifrasi spregiativa per Cerbero. "Vermo" in Dante indica il mostro, non il verme comune: la stessa parola tornerà per Lucifero (Inferno XXXIV, 108).
vv. 28-33: Similitudine ampia. Cerbero che si placa con la terra è paragonato al cane che smette di abbaiare quando morde il cibo: il paragone dura due terzine intere.
v. 36. «lor vanità che par persona»: Ossimoro. Un vuoto che sembra un corpo: è la definizione dantesca dell'ombra.
v. 42. «tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto»: Chiasmo e antitesi, con "fatto" e "disfatto" incrociati. Significa "sei nato prima che io morissi", ma detto così suona come un indovinello.
vv. 49-50. «piena d'invidia sì che già trabocca il sacco»: Metafora. Firenze è un sacco talmente colmo di invidia da rovesciarsi.
v. 75. «le tre faville c'hanno i cuori accesi»: Metafora. I tre vizi come scintille che appiccano un incendio.
v. 76. «lagrimabil suono»: Enallage. L'aggettivo spetterebbe a chi parla, ma è trasferito al suono delle sue parole.
v. 95. «l'angelica tromba» e v. 96. «la nimica podesta»: Perifrasi. La prima indica la tromba del giudizio finale, la seconda Cristo giudice, chiamato "potere nemico" dal punto di vista dei dannati.
v. 100. «sozza mistura»: Ombre e pioggia sono ormai un impasto solo.



Personaggi Principali



Ciacco: è il primo dannato con cui Dante ha un vero dialogo alla pari, ed è anche il primo fiorentino del poema. Di lui si sa pochissimo di certo: il nome potrebbe essere un soprannome, e i commentatori antichi lo descrivono come un uomo di corte, spiritoso e ben accolto nelle case importanti della città. Quello che conta nel canto non è la sua biografia, ma il fatto che sia uno qualunque: non un personaggio famoso, non un eroe, non un grande peccatore. Un concittadino. Proprio per questo la sua profezia suona come una voce che viene dalla città stessa.

Cerbero: viene dalla mitologia classica, dove custodisce l'ingresso dell'Ade, ma Dante lo cambia. Gli aggiunge una barba, un ventre e delle mani: lo rende in parte umano, e quindi più ripugnante. È il primo custode infernale che viene neutralizzato non con un'autorità superiore ma con un gesto pratico e umiliante, due manciate di terra in gola.

Virgilio: qui è due cose insieme. È l'uomo pratico che risolve l'ostacolo in tre secondi, ed è il maestro che alla fine del canto spiega a Dante un punto di dottrina rimandandolo ai suoi studi ("Ritorna a tua scïenza"). Non gli dà la risposta pronta: gli ricorda che ha già gli strumenti per arrivarci.

I cinque fiorentini nominati: Farinata degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca dei Lamberti. Dante li nomina qui e ne ritroverà quattro più avanti nel viaggio. Non compaiono in questo canto: servono a mostrare che la generazione politica che Dante ammirava è finita male tutta quanta.



Temi Principali



La città come vero soggetto del canto
Il terzo cerchio punisce la gola, ma della gola si parla in tre versi. Tutto il centro del canto è occupato da Firenze: la sua divisione, le sue cause, il suo futuro. È il primo dei canti politici dell'Inferno e inaugura un modo di procedere che tornerà: un dannato qualunque diventa la voce di una comunità.

Una pena che toglie ogni dignità
I golosi non bruciano e non vengono trascinati da un vento: stanno sdraiati a terra, sotto la pioggia, e i vivi ci camminano sopra senza accorgersene. Chi in vita cercava il piacere del cibo ora è immerso in una poltiglia maleodorante. Non c'è nulla di tragico in questa pena, ed è esattamente il punto: la gola non è un peccato grandioso, e il contrappasso è squallido quanto lo era il vizio.

Superbia, invidia e avarizia
Ciacco riduce la crisi di Firenze a tre parole. Non parla di partiti, di famiglie o di alleanze: nomina tre vizi. È una diagnosi morale, non politica, ed è la stessa che Dante ripeterà altrove nel poema. Per lui il disordine della città non è un incidente della storia, ma la conseguenza visibile di come vivono le persone che ci abitano.

La domanda sul corpo
Le ultime terzine sembrano una digressione da manuale, ma sono una delle poche volte in cui il poema spiega la propria fisica. Dopo il giudizio universale i dannati riavranno il corpo, e proprio per questo staranno peggio: l'anima separata dal corpo è, in quella dottrina, incompleta, e chi è più completo sente di più. Il ragionamento vale in entrambe le direzioni — anche i beati godranno di più — e Dante lo dice esplicitamente.

La memoria come unica cosa che resta
Ciacco chiede una sola cosa: di essere ricordato. È la stessa richiesta che faranno molti altri dannati, ed è l'unico bene che l'Inferno non ha ancora tolto del tutto. Chiedere di essere nominati fra i vivi è, per chi non ha più futuro, l'ultima forma possibile di esistenza.



Analisi ed Interpretazioni



Perché il canto comincia con un risveglio
Il Canto V si chiudeva con Dante che sviene per la pietà; il VI si apre con lui che rinviene. Fra le due cose non c'è racconto: il passaggio dal secondo al terzo cerchio è saltato. Dante usa lo svenimento come una dissolvenza, e lo fa due volte in pochi canti (era già successo alla fine del III). È un modo per evitare descrizioni di percorso che non aggiungerebbero nulla, ma è anche un segnale: il pellegrino non controlla il proprio viaggio, viene portato.

Cerbero zittito con la terra
Nell'Eneide la Sibilla addormenta Cerbero con una focaccia soporifera. Dante conosce benissimo quel passo — e infatti mette Virgilio, autore dell'Eneide, a compiere il gesto — ma lo cambia: niente focaccia, terra. Il custode dell'Inferno viene messo a tacere con la cosa più vile che ci sia, e per giunta da chi lo aveva raccontato. È un tocco di ironia che dice qualcosa di preciso: i mostri infernali fanno paura, ma non hanno nessun potere reale su chi è protetto dall'alto.

La profezia e i suoi tempi
La conversazione con Ciacco è ambientata nella primavera del 1300. Tutto ciò che Ciacco annuncia era già accaduto quando Dante scriveva: lo scontro fra le fazioni, la cacciata di una parte, il rovesciamento degli anni successivi, l'esilio dello stesso Dante. Il lettore contemporaneo lo sapeva, e quindi non leggeva una previsione ma un giudizio: Dante fa dire a un dannato ciò che lui stesso pensa della propria città, e se lo fa confermare dalla storia già avvenuta.

Chi sono i "due giusti"
È uno dei versi più discussi del poema, e non ha una soluzione condivisa. Le letture principali sono tre: che si tratti di due persone reali che Dante non nomina; che il numero due significhi semplicemente "pochissimi", cioè quasi nessuno; oppure che Dante alluda a se stesso e a un amico. La cosa importante da capire, più dell'identità, è la struttura della frase: i giusti ci sono, ma "non vi sono intesi" — non vengono ascoltati. Non è la loro assenza il problema, è l'inutilità della loro presenza.

Un cerchio senza grandi nomi
Fra il secondo cerchio, dove ci sono Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, e il quarto, l'unico personaggio del terzo è un fiorentino di cui nemmeno sappiamo con certezza il vero nome. Non è una svista: Dante sta abbassando deliberatamente il tono. Dopo l'episodio più celebre e più lirico dell'Inferno — Paolo e Francesca — arriva un canto in cui si sta in mezzo al fango e si parla di beghe cittadine. Il contrasto è il messaggio.



Passi Controversi



v. 52. «Voi cittadini mi chiamaste Ciacco»
Non si sa se "Ciacco" sia un nome, un cognome accorciato o un soprannome. La lettura più diffusa fra i commentatori antichi è che fosse un soprannome legato al vizio, e in quel caso il verso avrebbe un sapore amaro: sarebbero stati i concittadini ad affibbiarglielo. Il verbo che Dante usa ("mi chiamaste", alla seconda persona plurale) è compatibile con questa lettura, ma non la dimostra.

v. 65. «la parte selvaggia»
Indica quasi certamente i Bianchi, l'ala guidata dai Cerchi, famiglia arrivata in città dal contado: "selvaggia" varrebbe quindi "venuta dai boschi", cioè da fuori, con una punta di disprezzo aristocratico. Alcuni commentatori preferiscono intendere "feroce, incivile". Le due letture non si escludono.

v. 69. «tal che testé piaggia»
"Piaggiare" significa tenere il piede in due staffe, non schierarsi apertamente. L'identificazione tradizionale è con papa Bonifacio VIII, che nel 1300 manteneva una posizione ambigua e che negli anni successivi appoggiò apertamente una delle due parti. È l'interpretazione maggioritaria, ma il verso non fa nomi, e qualche commentatore ha proposto altri personaggi della politica fiorentina.

v. 73. «Giusti son due»
Vedi la sezione precedente. Vale la pena aggiungere una cosa: chi legge "due" come numero esatto deve poi spiegare perché Dante non li nomini, e la spiegazione più economica è che non contassero i nomi ma il rapporto — due contro un'intera città.

vv. 79-81. «Farinata e 'l Tegghiaio»
Dante li definisce uomini "ch'a ben far puoser li 'ngegni", cioè che si impegnarono per il bene comune, e poi si sente rispondere che sono all'inferno. La contraddizione è voluta e non viene risolta qui: il poema mostrerà più avanti che il valore civile non basta a salvare, e che Dante può ammirare un uomo e insieme condannarne il peccato. Farinata comparirà nel Canto X, Tegghiaio e Rusticucci nel XVI, il Mosca nel XXVIII.

vv. 106-108. «quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza»
Il principio viene dalla filosofia aristotelica come la leggeva il Medioevo, e Dante lo dà per noto rimandando il personaggio ai suoi studi. Attenzione a un equivoco frequente: "perfetto" qui non significa "buono", significa "completo", cioè non mancante di una parte. L'anima senza corpo è incompleta; riavendo il corpo diventerà più completa, e quindi sentirà di più — in bene o in male a seconda di dove si trova.

v. 115. «Pluto, il gran nemico»
C'è un'oscillazione antica fra Pluto, dio greco della ricchezza, e Plutone, dio degli inferi. Dato che il cerchio successivo punisce avari e prodighi, la scelta di Dante ha senso con il primo; ma il poema non chiarisce, e alcuni commentatori li considerano volutamente sovrapposti.


Fonti: Contenuto redazionale

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