Parafrasi e Analisi: "Canto V" - Inferno - Divina Commedia - Dante Alighieri


Immagine Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Temi Principali
8) Analisi ed Interpretazioni
9) Passi Controversi

Scheda dell'Opera



Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.


Pubblicità

Introduzione



Il Canto V è il canto del secondo cerchio dell'Inferno, quello dei lussuriosi, ed è uno dei più famosi dell'intera Divina Commedia. È lungo 142 versi e contiene l'episodio di Paolo e Francesca, cioè il primo vero dialogo che Dante ha con un'anima dannata.

Per capire il canto conviene tenere presente un dettaglio di struttura: nel primo cerchio, il Limbo del Canto IV, non si puniva nessuna colpa vera e propria, perché lì stanno i non battezzati. È qui, nel secondo cerchio, che comincia l'Inferno dei peccatori nel senso pieno del termine. Non a caso il canto si apre con l'ingresso vero e proprio: Minosse, il giudice mostruoso che ascolta la confessione di ogni anima e le assegna il cerchio in cui dovrà scendere, avvolgendosi la coda addosso tante volte quanti sono i cerchi da scendere.

Il canto si articola in quattro momenti ben riconoscibili:

Minosse e l'ingresso nel secondo cerchio (vv. 1-24): il giudice infernale cerca di fermare Dante, che è vivo, ma Virgilio lo zittisce con la stessa formula già usata con Caronte nel Canto III.
La bufera e la pena dei lussuriosi (vv. 25-51): un vento che non si ferma mai trascina le anime senza tregua. È il contrappasso: chi in vita si è lasciato travolgere dalla passione, adesso viene travolto per sempre da una forza che non controlla.
La schiera degli amanti famosi (vv. 52-72): Virgilio indica a Dante i grandi personaggi del mito e della storia morti per amore, da Semiramide ad Achille, da Elena a Tristano.
Paolo e Francesca (vv. 73-142): Dante chiama a sé due anime che volano insieme, ascolta il racconto di Francesca e alla fine sviene per la pietà.

La cosa più interessante del canto è la tensione fra due atteggiamenti di Dante. Come autore, colloca Paolo e Francesca all'Inferno: la loro colpa è reale e la condanna resta. Come personaggio, invece, li ascolta con una partecipazione così forte da perdere i sensi. Il canto non "assolve" i due amanti, ma li rende umani: è questo doppio registro che lo ha reso celebre.

Curiosità:

Da questo canto nasce una parola della lingua italiana. Galeotto (Galehaut) è il personaggio del romanzo francese di Lancillotto che combina l'incontro fra Lancillotto e Ginevra. Quando Francesca dice "Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse" intende che il libro ha fatto da intermediario fra lei e Paolo: da lì l'espressione "fare da galeotto" e l'uso di galeotto nel senso di "ruffiano, intermediario amoroso" (un significato diverso da "galeotto" come condannato alla galera, che ha tutta un'altra origine).


Testo e Parafrasi



TestoParafrasi
Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.
Così scesi dal primo cerchio
giù nel secondo, che racchiude meno spazio
e un dolore tanto più grande, da strappare urla.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.
Lì sta Minosse, spaventoso a vedersi, e ringhia:
all'ingresso esamina le colpe [di ogni anima];
giudica e assegna la destinazione in base a quante volte si avvolge [la coda].
Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
Voglio dire che quando l'anima nata per la dannazione
gli si presenta davanti, confessa tutto quanto;
e lui, che conosce alla perfezione ogni peccato,
vede qual loco d'inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
capisce quale zona dell'Inferno le spetta;
si cinge il corpo con la coda tante volte
quanti sono i cerchi in cui vuole che sia mandata giù.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.
Davanti a lui ce ne sono sempre moltissime:
vanno al giudizio una alla volta,
dicono [la colpa], ascoltano [la condanna] e poi vengono precipitate in basso.
«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,
«O tu che stai entrando in questo albergo di dolore»,
mi disse Minosse appena mi vide,
interrompendo un compito tanto importante,
«guarda com'entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?
«sta' attento a come entri e di chi ti fidi;
non farti ingannare dal fatto che l'ingresso è largo!».
E la mia guida a lui: «Perché continui a gridare?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
Non ostacolare il suo viaggio, che è voluto dal destino:
così si è deciso lassù, dove si può fare
tutto ciò che si vuole; e non chiedere altro».
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
Adesso comincio a sentire
le voci del dolore; adesso sono arrivato
là dove un pianto fortissimo mi colpisce.
Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
Giunsi in un luogo dove ogni luce è spenta,
che rimbomba come fa il mare in tempesta
quando è sferzato da venti contrari.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
La tempesta infernale, che non si ferma mai,
trascina le anime con la sua violenza rapinosa;
facendole roteare e sbattendole, le tormenta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Quando arrivano davanti alla frana,
lì [scoppiano] le grida, i pianti, i lamenti;
lì bestemmiano la potenza di Dio.
Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
Capii che a un tormento di questo tipo
sono condannati i peccatori di lussuria,
quelli che mettono la ragione al servizio dell'istinto.
E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
E come d'inverno le ali portano via gli storni
in stormi larghi e fitti,
allo stesso modo quel vento trascina le anime dei peccatori
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
di qua, di là, in basso, in alto;
nessuna speranza le consola mai,
non dico di una sosta, ma neppure di una pena più leggera.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid'io venir, traendo guai,
E come le gru volano lanciando i loro versi lamentosi
e disegnando in cielo una lunga fila,
così vidi arrivare, gemendo,
ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».
delle anime trascinate da quella tormenta;
perciò dissi: «Maestro, chi sono quelle
persone che il vento nero punisce così duramente?».
«La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
«La prima di quelle di cui vuoi
avere notizia», mi rispose allora,
«fu imperatrice di popoli che parlavano molte lingue.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Fu talmente sfrenata nel vizio della lussuria
che nelle sue leggi dichiarò lecito tutto ciò che le piaceva,
per cancellare la vergogna in cui era finita.
Ell'è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.
È Semiramide, di cui i libri raccontano
che fu moglie di Nino e gli succedette sul trono:
governò le terre su cui oggi comanda il Sultano.
L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
L'altra è quella che si uccise per amore
e tradì la fedeltà promessa alle ceneri di Sicheo [Didone];
poi c'è Cleopatra, travolta dalla lussuria.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Guarda Elena, per colpa della quale scorsero
tanti anni di sventura, e guarda il grande Achille,
che alla fine dovette combattere contro l'amore [e ne fu sconfitto].
Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.
Guarda Paride, Tristano»; e mi indicò col dito
e mi nominò più di mille anime
che l'amore aveva strappato alla vita.
Poscia ch'io ebbi 'l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
Dopo aver sentito il mio maestro
elencare le dame e i cavalieri del passato,
fui preso dalla compassione e mi sentii quasi perduto.
I' cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».
Cominciai a dire: «Poeta, parlerei
volentieri con quei due che vanno insieme
e sembrano così leggeri in balìa del vento».
Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
E lui a me: «Aspetta che siano
più vicini a noi; allora pregali
in nome di quell'amore che li trascina, e verranno».
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!».
Appena il vento li piegò verso di noi,
alzai la voce: «O anime tormentate,
venite a parlare con noi, se nessun altro lo vieta!».
Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;
Come le colombe, chiamate dal desiderio,
con le ali aperte e immobili tornano al nido amato
volando nell'aria, portate dalla loro stessa volontà;
cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.
allo stesso modo quei due uscirono dalla schiera in cui si trova Didone
e vennero verso di noi attraversando l'aria malvagia:
tanto era stato forte il mio richiamo pieno d'affetto.
«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
«O creatura gentile e buona
che attraversi quest'aria scura per venire a trovare
noi che abbiamo macchiato di sangue il mondo,
se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c' hai pietà del nostro mal perverso.
se il re dell'universo [Dio] ci fosse amico,
lo pregheremmo di darti la pace,
dal momento che tu provi pietà per la nostra sofferenza atroce.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
Di qualunque cosa vi faccia piacere ascoltare o dire,
noi ascolteremo e parleremo con voi,
finché il vento resta silenzioso come adesso.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
La città in cui sono nata [Ravenna] sorge
sulla costa dove il Po scende [al mare]
per trovare pace insieme ai fiumi che gli confluiscono dentro.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
L'amore, che in un cuore nobile attecchisce subito,
fece innamorare costui [Paolo] del mio bel corpo,
che poi mi fu portato via; e il modo [in cui accadde] mi fa ancora male.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
L'amore, che non lascia a nessuno che sia amato la libertà di non ricambiare,
mi conquistò con una passione per lui così violenta
che, come vedi, non mi lascia neanche adesso.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
L'amore ci portò a un'unica morte.
La Caina aspetta chi ci ha tolto la vita».
Queste furono le parole che ci rivolsero.
Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando ebbi ascoltato quelle anime ferite,
abbassai il viso e lo tenni chino così a lungo
che alla fine il poeta mi chiese: «A che cosa stai pensando?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Quando risposi, cominciai: «Ahimè,
quanti pensieri dolci, quanto desiderio
li hanno condotti a un passo così doloroso!».
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Poi mi voltai verso di loro e presi la parola,
e cominciai: «Francesca, le tue sofferenze
mi rattristano e mi commuovono fino alle lacrime.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
Ma dimmi: ai tempi dei dolci sospiri,
in che modo e attraverso quali segni l'amore vi permise
di riconoscere i vostri desideri ancora incerti?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
E lei a me: «Non c'è dolore più grande
che ricordare i tempi felici
quando si è nella sventura; e questo il tuo maestro lo sa bene.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Ma se hai un desiderio così forte
di conoscere l'origine prima del nostro amore,
lo racconterò come chi parla e insieme piange.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Un giorno leggevamo per passatempo
la storia di Lancillotto e di come l'amore lo travolse;
eravamo soli e senza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Più di una volta quella lettura ci spinse
a cercarci con gli occhi e ci fece impallidire;
ma fu un solo passaggio a farci cedere.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
Quando leggemmo che la bocca sorridente e tanto desiderata [di Ginevra]
veniva baciata da un amante così grande,
costui, che non sarà mai più separato da me,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
mi baciò sulla bocca, tremando tutto.
Quel libro e chi lo scrisse fecero da mezzani, come Galeotto:
quel giorno non andammo avanti a leggere».
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.
Mentre una delle due anime raccontava questo,
l'altra piangeva; tanto che per la pietà
persi i sensi come se stessi morendo.
E caddi come corpo morto cade. E caddi a terra come cade un corpo morto.



Riassunto



Versi 1-24
Dante lascia il primo cerchio e scende nel secondo, più stretto del precedente ma pieno di un dolore molto maggiore. All'ingresso c'è Minosse, il giudice infernale: ogni anima che arriva confessa da sola tutta la propria colpa, e lui, che conosce i peccati alla perfezione, decide dove mandarla. Il segnale della sentenza è il numero di giri che fa con la coda intorno al corpo: tanti giri, tanti cerchi da scendere. Quando vede Dante, che è vivo, Minosse lo mette in guardia e cerca di fermarlo, ma Virgilio lo blocca con la formula già usata contro Caronte: quel viaggio è voluto in cielo, e non si discute.

Versi 25-51
Superato Minosse, Dante entra in un luogo completamente buio, che rimbomba come il mare in tempesta. Qui una bufera che non si ferma mai trascina le anime, le fa roteare e le sbatte contro una frana, davanti alla quale i dannati urlano e bestemmiano Dio. È Dante stesso a comprendere che questa è la pena dei lussuriosi, "i peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento", cioè coloro che hanno subordinato la ragione al desiderio: Virgilio non parla ancora, la sua prima battuta arriva al verso 52. Dante paragona le anime prima a uno stormo di storni, poi a una fila di gru che volano lamentandosi.

Versi 52-72
Dante chiede chi siano quelle anime e Virgilio gli indica i grandi amanti del mito e della storia: Semiramide, che rese legale ogni sregolatezza per coprire la propria; Didone, che si uccise per amore tradendo la memoria del marito Sicheo; Cleopatra; Elena, causa della guerra di Troia; Achille; Paride; Tristano. Sono più di mille, tutte persone che l'amore ha portato alla morte. Ascoltando quell'elenco, Dante si commuove fino a smarrirsi.

Versi 73-108
Fra tutte le anime, Dante ne nota due che volano insieme e appaiono stranamente leggere. Virgilio gli suggerisce di chiamarle in nome dell'amore che le tiene unite: funziona, e le due ombre si staccano dalla schiera come colombe che tornano al nido. Parla la donna, Francesca: ringrazia Dante per la sua pietà, dice di essere nata a Ravenna, e riassume la propria storia in tre terzine che cominciano tutte con la parola "Amor". L'amore ha preso Paolo, poi ha preso lei, e infine li ha condotti insieme alla morte. Chi li ha uccisi, aggiunge, è già atteso nella Caina, la zona dell'Inferno riservata a chi tradisce i parenti.

Versi 109-142
Dante resta a lungo con la testa bassa, finché Virgilio gli chiede a cosa pensi. Il poeta si rivolge di nuovo a Francesca e le domanda come si siano accorti di amarsi. Francesca risponde con una frase diventata proverbiale: non c'è dolore più grande che ricordare la felicità quando si è nella sventura. Poi racconta: leggevano insieme, per svago, il romanzo di Lancillotto; quando arrivarono al punto in cui Lancillotto bacia Ginevra, Paolo la baciò. Quel giorno non lessero altro. Mentre Francesca parla, Paolo piange in silenzio, senza dire una parola. Dante, sopraffatto dalla pietà, sviene e cade a terra "come corpo morto cade".

Pubblicità

Figure Retoriche



vv. 2-3. «che men loco cinghia / e tanto più dolor»: Antitesi (meno spazio, più dolore).
v. 4. «ringhia»: Metafora animalesca riferita a Minosse.
v. 6. «giudica e manda»: Dittologia verbale.
v. 15. «dicono e odono e poi son giù volte»: Polisindeto.
v. 16. «doloroso ospizio»: Ossimoro (l'ospizio, cioè l'albergo, dovrebbe accogliere; qui accoglie al dolore).
vv. 25-26. «Or incomincian... or son venuto»: Anafora.
v. 28. «loco d'ogne luce muto»: Sinestesia (la luce viene descritta con un aggettivo che riguarda l'udito).
vv. 29-30. «che mugghia come fa mar per tempesta»: Similitudine.
v. 31. «bufera infernal»: Metafora della passione che travolge.
v. 35. «le strida, il compianto, il lamento»: Accumulazione per asindeto.
vv. 40-43. «E come li stornei... così quel fiato li spiriti mali»: Similitudine.
v. 43. «di qua, di là, di giù, di sù»: Asindeto con coppie di opposti.
vv. 46-49. «E come i gru van cantando lor lai... così vid'io venir»: Similitudine.
v. 56. «che libito fé licito»: Paronomasia (due parole quasi identiche nel suono e diversissime nel senso).
v. 60. «la terra che 'l Soldan corregge»: Perifrasi per indicare l'Egitto.
v. 61. «colei che s'ancise amorosa»: Perifrasi per indicare Didone.
v. 62. «al cener di Sicheo»: Metonimia (la cenere al posto del marito morto).
vv. 64-65. «per cui tanto reo / tempo si volse»: Perifrasi per la guerra di Troia, con enjambement.
vv. 82-85. «Quali colombe dal disio chiamate... cotali uscir de la schiera»: Similitudine.
v. 89. «aere perso»: Metafora cromatica (il "perso" è un colore scuro tendente al rosso-nero).
v. 90. «tignemmo il mondo di sanguigno»: Metafora per dire "morimmo di morte violenta".
v. 91. «il re de l'universo»: Perifrasi per indicare Dio.
vv. 97-99. «Siede la terra... su la marina dove 'l Po discende»: Perifrasi per indicare Ravenna.
vv. 100-108. «Amor... Amor... Amor»: Anafora (tre terzine di seguito aperte dalla stessa parola).
v. 100. «ratto s'apprende»: Metafora (l'amore come fuoco che attacca subito).
v. 103. «a nullo amato amar perdona»: Poliptoto ("amato" e "amar" dalla stessa radice, in forme diverse).
v. 107. «Caina attende»: Personificazione, e insieme antonomasia del luogo (dal Caino biblico).
v. 137. «Galeotto fu 'l libro»: Antonomasia (il nome proprio usato come nome comune, "il mezzano").
v. 142. «E caddi come corpo morto cade»: Similitudine, rafforzata dalla figura etimologica "caddi... cade".


Personaggi Principali



Nel Canto V compaiono un guardiano infernale, una folla di dannati celebri e due anime che parlano direttamente con Dante. Vale la pena distinguerli, perché hanno funzioni molto diverse dentro il canto.

Minosse
Nella mitologia greca Minosse è il re di Creta, famoso per la sua saggezza, tanto che dopo la morte diventa giudice delle anime; Virgilio stesso lo presenta con una certa dignità nel VI libro dell'Eneide. Dante lo riprende ma lo trasforma in un mostro: ringhia, si avvolge la coda addosso, urla contro chi entra. È il primo esempio di un procedimento che Dante userà spesso nell'Inferno, cioè prendere una figura del mondo classico e degradarla a demonio.
La sua funzione è precisa: è lui a stabilire in quale cerchio finisce ogni anima. E il dettaglio più significativo è che nessuno lo costringe a parlare: l'anima "tutta si confessa" da sola. Dante suggerisce così che la dannazione non è un'ingiustizia subita, ma il riconoscimento di quello che il peccatore ha davvero scelto in vita.

Francesca da Rimini
Francesca è figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, e fu data in moglie a Gianciotto Malatesta di Rimini per motivi politici, come accadeva normalmente nelle famiglie nobili dell'epoca. Si innamorò di Paolo, fratello del marito, e i due furono uccisi da Gianciotto quando la relazione venne scoperta (probabilmente intorno al 1285). Dante conosceva bene l'ambiente: passò gli ultimi anni della sua vita a Ravenna, ospite di un nipote di Francesca.
Nel canto Francesca è l'unica a parlare, ed è una parlatrice abilissima. Usa il linguaggio raffinato della poesia d'amore del suo tempo, cita concetti che i lettori di Dante riconoscevano subito (l'amore che nasce solo nei cuori nobili, l'amore che obbliga a ricambiare), ed è cortese e delicata anche mentre racconta il proprio peccato. Il punto è che questo linguaggio elegante le serve, forse senza che se ne renda conto, a scaricare la responsabilità: nel suo racconto il soggetto delle azioni non è mai lei, è sempre "Amor". Non dice "ci siamo innamorati", dice che l'amore "prese" lui e "prese" lei. Colpevole, secondo Francesca, è la forza dell'amore; colpevole è il libro; colpevole è il marito. Mai lei.

Paolo Malatesta
Paolo non pronuncia una sola parola in tutto il canto: si limita a piangere. Anzi, il suo nome non viene mai detto, né da Francesca né da Dante: lo si ricava dalla tradizione e dai commentatori antichi. Questo silenzio è una scelta d'autore fortissima. Da un lato lascia tutta la scena a Francesca; dall'altro dà al personaggio una presenza muta e dolorosa che spesso colpisce i lettori più delle parole di lei. Il suo pianto, alla fine, è ciò che fa svenire Dante.

Dante personaggio
In questo canto Dante non è affatto il giudice severo che ci si aspetterebbe. Si commuove già sentendo l'elenco degli amanti antichi, chiama i due amanti con affetto, chiama Francesca per nome, ammette di piangere e alla fine sviene. È un comportamento che stona con la logica dell'Inferno, dove la compassione per i dannati è vista come una forma di ribellione al giudizio di Dio. Proprio per questo lo svenimento finale è così importante: mostra un Dante che, all'inizio del viaggio, non ha ancora imparato a distinguere la pietà umana dall'accettazione della giustizia divina.

Virgilio
Virgilio ha qui il ruolo di chi sa e di chi protegge. Zittisce Minosse, spiega chi sono i dannati, indica i personaggi antichi uno per uno, suggerisce a Dante la formula giusta per far avvicinare i due amanti. È significativo che sia lui a insegnare a Dante come chiamarli: la ragione conosce anche i meccanismi della passione, pur non lasciandosene travolgere.

La schiera degli amanti antichi
Semiramide, leggendaria regina assira, sposa e poi successore di Nino; Didone, la regina di Cartagine che nell'Eneide si uccide dopo essere stata abbandonata da Enea; Cleopatra; Elena, per la quale scoppiò la guerra di Troia; Achille, che secondo le versioni medievali della storia troiana morì in un agguato mentre andava a incontrare Polissena; Paride; Tristano, l'eroe del romanzo cortese innamorato di Isotta. Non è un elenco casuale: Dante mette insieme mito greco, storia antica e romanzo francese per far capire che la lussuria attraversa tutte le epoche e tutte le culture, e che questi amori sono quasi sempre finiti nel sangue.


Temi Principali



La ragione sottomessa al desiderio
È la definizione stessa del peccato punito qui: "i peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento" (vv. 38-39). "Talento" significa desiderio, impulso. Attenzione: per Dante il problema non è provare desiderio, ma mettere il desiderio al comando e la ragione al servizio. È una gerarchia rovesciata, e il canto ne mostra le conseguenze.

Il contrappasso
Il contrappasso è il principio per cui la pena riproduce o rovescia la colpa. Qui funziona per somiglianza: chi in vita si è lasciato trascinare da una passione che non controllava, adesso è trascinato per l'eternità da un vento che non può controllare. In più, i due amanti restano uniti anche nella pena, il che a prima vista sembra una consolazione, ma è in realtà la loro condanna: sono legati per sempre a ciò che li ha perduti.

La pietà di Dante e i suoi limiti
Il canto è costruito su un contrasto continuo tra ciò che Dante sente e ciò che Dante sa. Sa che quelle anime sono giustamente dannate; sente per loro una compassione che lo fa svenire. Il poema non risolve la tensione a favore di uno dei due poli: la lascia aperta, e in questo sta gran parte della forza del canto. Nel corso del viaggio Dante imparerà a controllare questa reazione, ma qui, al quinto canto, è ancora del tutto vulnerabile.

La letteratura come cosa pericolosa
Paolo e Francesca non si innamorano guardandosi: si innamorano leggendo. È un libro a spingerli, e Francesca lo dice apertamente. Dante, che da giovane aveva scritto poesie d'amore e conosceva benissimo i romanzi cortesi, sta riflettendo su un rischio che lo riguarda in prima persona: un testo può essere talmente coinvolgente da farti confondere la storia con la tua vita, e da farti imitare quello che leggi. Il canto contiene quindi anche una domanda implicita sulla responsabilità di chi scrive.

La memoria del bene perduto
"Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria" (vv. 121-123). Il ricordo è una pena aggiuntiva per i dannati: non hanno perso solo la felicità, hanno perso anche la possibilità di ricordarla senza soffrire. È un tema che ritorna in tutto l'Inferno.

L'amore cortese messo alla prova
I concetti che Francesca usa per raccontarsi (l'amore che nasce solo nei cuori nobili, l'amore che costringe a ricambiare) sono i capisaldi della cultura amorosa del Duecento, quella dei trovatori e degli stilnovisti. Dante li mette in bocca a una dannata: è il suo modo di dire che quelle idee, prese alla lettera e usate come giustificazione, portano fuori strada. L'amore che salva, per Dante, è un'altra cosa, e sarà Beatrice a incarnarlo.

Colpa e responsabilità personale
Tutto il canto ruota intorno a chi ha la colpa. Minosse, all'inizio, mostra anime che si accusano da sole; Francesca, alla fine, non si accusa mai. Il confronto fra le due scene è la vera chiave morale del canto.


Analisi ed Interpretazioni



Perché la pena è un vento

La scelta della bufera non è decorativa. Il vento è invisibile, non ha una forma, non si può afferrare né combattere: è esattamente come la passione che Dante vuole descrivere. E soprattutto è una forza che porta dove vuole lei. Le anime dei lussuriosi non camminano, non scelgono una direzione: vengono portate. Il verbo "menare" torna tre volte, sempre riferito a questo trascinamento: nella descrizione della bufera (v. 32 e v. 43) e in bocca a Virgilio, "per quello amor che i mena" (v. 78). Francesca userà un verbo diverso ma dello stesso segno, "Amor condusse noi ad una morte" (v. 106): in vita erano già trascinati, ora lo sono per sempre. Il buio totale del luogo ("d'ogne luce muto") aggiunge l'idea dell'assenza di ragione, che nel linguaggio della Commedia è sempre associata alla luce.

Le tre terzine dell'Amor: come Francesca costruisce il suo racconto

I versi 100-108 — tre terzine intere — sono il cuore retorico del canto. Francesca apre tre terzine di fila con la stessa parola, "Amor", e ogni volta l'amore è il soggetto grammaticale della frase: "Amor prese costui", "Amor mi prese", "Amor condusse noi". Lei e Paolo sono sempre complemento oggetto, cioè grammaticalmente subiscono. È una costruzione linguistica perfetta, e vale la pena farla notare in classe: la sintassi di Francesca è la sua difesa. Se il soggetto è sempre Amore, la responsabilità non è mai sua.

Il contenuto delle tre terzine, poi, riprende idee che circolavano nella poesia e nella trattatistica del tempo: l'amore che si accende solo nei cuori nobili viene dalla canzone di Guido Guinizzelli, che Dante conosceva a memoria; l'idea che chi è amato sia obbligato a ricambiare richiama le regole codificate nel De amore di Andrea Cappellano. Sono principi letterari, non leggi morali. Francesca li tratta come se fossero leggi di natura, e questo è precisamente il suo errore.

Il libro come complice

La scena del bacio è raccontata con una precisione quasi cinematografica: la lettura, gli occhi che si cercano, il viso che impallidisce, il punto preciso in cui la resistenza cade. Il romanzo che stanno leggendo è quello di Lancillotto, e nel momento in cui Lancillotto e Ginevra si baciano, Paolo bacia Francesca. Il romanzo, insomma, non viene solo letto: viene messo in atto.

La frase "Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse" è la conclusione di questo ragionamento, ed è più tagliente di quanto sembri: Francesca accusa non solo il libro, ma anche l'autore. Dante, che è un autore, si mette qui in una posizione scomoda e se ne rende conto benissimo. Molti studiosi leggono l'intero episodio come una presa di distanza dalla poesia amorosa che lui stesso aveva praticato da giovane: non un rinnegamento, ma la consapevolezza che una letteratura che si limita a celebrare la passione può fare danni.

Lo svenimento finale

Il canto finisce con Dante che perde i sensi. Non è la prima volta (era già successo alla fine del Canto III, davanti al terremoto della riva dell'Acheronte), ma qui la causa è diversa: non la paura, la pietà. L'ultimo verso, "E caddi come corpo morto cade", è isolato, non appartiene a una terzina, ed è costruito su una ripetizione della stessa radice ("caddi... cade") che lo rende pesante come un tonfo.

Lo svenimento ha anche una funzione narrativa: interrompe l'episodio nel punto di massima intensità e impedisce a Dante, e a noi, di chiedere altro. Ma soprattutto è un giudizio implicito sul personaggio-Dante. Un'anima che sviene di fronte a due dannati non ha ancora capito fino in fondo il senso del viaggio che sta compiendo. Sarà una lezione lunga: molti canti dopo, davanti ad altri peccatori, Dante saprà essere durissimo.

Dante assolve Paolo e Francesca?

È la domanda che tutti fanno, e la risposta onesta è no, ma con una precisazione. Dante non cambia di una virgola il verdetto: i due sono all'Inferno, e ci restano. Però sceglie di raccontarli in un modo che li rende comprensibili, perfino simpatici, e non nasconde la propria commozione. Questa doppiezza è deliberata. La Commedia non funziona come un elenco di condanne: funziona mostrando che il peccato è attraente, che ha ragioni umane forti, e che proprio per questo è pericoloso. Un peccato descritto come ripugnante non insegnerebbe niente a nessuno.


Passi Controversi



Il verso 4 e la figura di Minosse. Dante rappresenta Minosse come una creatura bestiale che "ringhia" e usa la coda per emettere la sentenza. Nell'Eneide (libro VI) Minosse è un giudice austero ma dignitoso, e non esistono fonti antiche note per il dettaglio della coda: sembra un'invenzione di Dante, forse suggerita dall'iconografia medievale dei diavoli. Da notare che Virgilio lo zittisce con la stessa formula già usata contro Caronte (Inf. III, 95-96), segno che nell'Inferno le resistenze dei guardiani si superano sempre allo stesso modo.

Il verso 20, "non t'inganni l'ampiezza de l'intrare", riecheggia un passo del Vangelo di Matteo (VII, 13), dove si dice che larga è la strada che porta alla perdizione. L'avvertimento di Minosse è quindi, paradossalmente, un avvertimento evangelico messo in bocca a un demonio.

Il verso 34 parla di una "ruina" davanti alla quale i dannati urlano. Non è chiaro di che cosa si tratti. L'ipotesi più diffusa è che sia una frana provocata dal terremoto avvenuto alla morte di Cristo, di cui si parlerà esplicitamente più avanti (Inf. XII e XXI): sarebbe quindi un segno concreto, dentro l'Inferno, di un evento di salvezza da cui i dannati sono esclusi, e questo spiegherebbe le bestemmie.

Il verso 60, "la terra che 'l Soldan corregge", indica l'Egitto governato dal Sultano. Ma Semiramide era regina d'Assiria e la sua capitale era Babilonia in Mesopotamia: Dante segue qui una tradizione medievale, che risale a Paolo Orosio, in cui la Babilonia assira viene confusa con la Babilonia d'Egitto, cioè la zona del Cairo.

I versi 65-66, su Achille che "con amore al fine combatteo", non derivano da Omero, che Dante non poteva leggere. Nelle rielaborazioni medievali della storia troiana Achille si innamora di Polissena, figlia di Priamo, e viene ucciso in un agguato mentre si reca a un incontro nel tempio: da qui l'idea di un eroe invincibile in guerra e sconfitto dall'amore.

Il verso 89, "aere perso", usa un termine tecnico dei colori: il "perso" è, come Dante stesso spiega nel Convivio, un colore misto di purpureo e nero, con il nero prevalente. Non è quindi un semplice sinonimo di "buio".

Il verso 91, "il re de l'universo", si riferisce con ogni probabilità a Dio, che non è amico dei dannati. Alcuni commentatori hanno però proposto di leggerci il dio Amore, dato che Francesca in tutto il suo discorso lo tratta come una divinità: l'ipotesi è minoritaria ma non priva di suggestione.

Il verso 96, "mentre che 'l vento, come fa, ci tace", ha una tradizione manoscritta oscillante: alcuni codici leggono "si tace". Con "ci" l'avverbio vale "qui", cioè "in questo punto il vento tace"; il senso complessivo cambia poco, ma la lezione "ci" è quella accolta dalle edizioni critiche moderne.

Il verso 102, "e 'l modo ancor m'offende", è discusso. "Modo" può riferirsi al modo in cui Francesca fu uccisa (violento e senza possibilità di pentirsi), oppure al modo in cui le fu tolta la vita e insieme l'amore. La prima interpretazione è la più seguita, anche perché Francesca evita accuratamente di raccontare l'omicidio.

Il verso 107, "Caina attende chi a vita ci spense", è una profezia sul marito. La Caina è la prima zona del nono cerchio, dove si puniscono i traditori dei parenti. Il particolare interessante è che nel 1300, anno in cui è ambientato il viaggio, Gianciotto Malatesta era ancora vivo (morì nel 1304): Francesca sta quindi anticipando una dannazione non ancora avvenuta, e lo fa con una freddezza che stona con il tono dolce del resto del suo discorso.

I versi 121-123 riprendono un'idea presente nella Consolazione della Filosofia di Boezio (II, 4). Si discute su chi sia "il tuo dottore": la lettura più semplice è che si tratti di Virgilio, presente sulla scena, ma alcuni pensano proprio a Boezio, autore che Dante amava e citava spesso.

I versi 133-136, la scena del bacio, non corrispondono esattamente al romanzo francese di Lancillotto che ci è arrivato, dove è Ginevra a prendere l'iniziativa e a baciare Lancillotto. Nel racconto di Francesca invece è l'uomo a baciare la donna. Le spiegazioni possibili sono due: Dante conosceva una versione diversa del testo, oppure ha modificato di proposito la scena per attribuire a Paolo il gesto decisivo.

Il verso 142 chiude il canto con una caduta, esattamente come il verso 136 del Canto III ("e caddi come l'uom cui sonno piglia"). Il parallelo è quasi certamente voluto: le due volte in cui Dante perde i sensi segnano il passaggio da una zona all'altra dell'Inferno e servono anche a coprire narrativamente due spostamenti che il poeta non racconta.

Fonti: libri scolastici superiori

0 commenti

Nessun commento. Se qualcosa non ti torna o vuoi aggiungere un pezzo, scrivi tu il primo.

Vuoi commentare? Serve un account: si fa in trenta secondi e non chiediamo conferme via email.

Crea un account Ho già un account